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N.43 L’Arcadia e Pietro Metastasio

2 Luglio 2013 Nessun commento

L’Accademia dell’Arcadia venne fondata nel 1690 a Roma, da un gruppo di letterati (G.V.Gravina, G.M. Crescimbeni….) che frequentavano il circolo letterario istituito dall’ex regina Cristina di Svezia, stabilitasi a Roma in quel periodo. Questi letterati promossero una restaurazione classicistica della poesia in nome della semplicità, ispirandosi soprattutto a Francesco Petrarca, Agnolo Poliziano, Lorenzo il Magnifico.

Arcadia era un’antica regione della Grecia, dove, secondo la tradizione letteraria, i pastori vivevano felici. L’Accademia, che si rifece ad essa nel nome, riprese i valori dell’aristocrazia intellettuale, attraverso gli strumenti artistici allora di moda: teatro, melodramma, commedia. Fu un fenomeno culturale utopistico che si tenne lontano da tutte le vicende che scossero l’Italia e l’Europa nella prima metà del 700. 

Il maggior rappresentante dell’Arcadia fu Pietro Metastasio (Pietro Trapassi).

Nacque a Roma nel 1698 da famiglia povera. Adottato ancora ragazzo da Gian Vincenzo Gravina (letterato dell’Arcadia), intraprese gli studi classici. Scrisse melodrammi. La sua fama divenne così vasta che la corte di Vienna gli offrì l’incarico di poeta cesareo.

Metastasio  volle dare dignità artistica ad un genere screditato presso gli intellettuali, il melodramma, in quanto caratterizzato da atteggiamenti farseschi (mescolanza di tragico e comico, scenografia eccessiva). (V. post n. 14). 

La riforma del melodramma comportò:- la distinzione tra poesia e musica, privilegiando la musica, come  commento della prima; – la creazione di un eroe (Enea, Tito…) che fosse la figura centrale delle opere e sacrificasse al dovere gli affetti e le passioni; – l’allontanamento  dagli estremi della tragedia e dalla rappresentazione realistica di vicende quotidiane.

Metastasio creò la commedia dolce-amara e anticipò, con le opere sentimentali, Carlo Goldoni (v. post. n.37), con quelle eroiche, Vittorio Alfieri. Morì a Vienna nel 1782. In quello stesso anno nacque a Genova Niccolò Paganini (v.post n.55).

Più tardi verso il finire del secolo XIX, la poesia in generale ebbe  un rinnovamento radicale  e la lingua librettistica (poesia per musica) ebbe varie modifiche. Da segnalare la collaborazione tra Verdi e Boito ( v.post n.40), con l’Otello e con Falstaff, ed infine con La Bohème di Puccini : il dialogo in scena cambiò. 

V.Post N. 70 I salotti culturali del 700, post n. 86 Le Accademie

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La foto  che ritrae Cristina di Svezia in età avanzata è di Jacob Ferdinand Voet ed è tratta dal sito www.wikipedia.it

Fonti: Enrico Galavotti,  www.homolaicus.it ; Stefano Telve,  Come la lingua cambiò aria, da Metastasio a Puccini, Magazine Treccani; L’Universale, Enciclopedia Universale Garzanti, 2003.

 

N.35 Da Ponte: un librettista veneto x Mozart

15 Aprile 2013 2 commenti

Emanuele Conegliano, alias Lorenzo Da Ponte (1749-1838), fu un personaggio eccezionale del l’Europa del XVIII secolo.

Nato a Ceneda (la Vittorio Veneto di oggi), in un’ umile famiglia ebrea, dimostrò sin da piccolo straordinarie doti d’intelligenza. Nel 1763 tutta la famiglia si convertì al cattolicesimo per consentire al padre, vedovo, di sposare una giovane cristiana. La conversione avvenne grazie al vescovo Lorenzo da Ponte, di cui Emanuele assume il nome.

Dopo gli studi in seminario, venne ordinato sacerdote nel 1773 e si trasferì a Venezia come precettore presso una famiglia aristocratica. A Venezia viveva Giacomo Casanova (1724-1798), con cui strinse amicizia. Dopo un periodo di avventure amorose, fu costretto a rifugiarsi a Treviso, dove insegnò latino e retorica. Le sue tesi, ispirate a Rousseau, suscitarono lo sdegno dei benpensanti e quindi ritornò a Venezia come precettore dei figli di Giorgio Pisani, un nobile dalle idee troppo avanzate. Dopo l’arresto del Pisani nel 1779, Da Ponte venne bandito da Venezia e dai territori della Serenissima per 15 anni. Si rifugiò prima a Gorizia, poi a Dresda e infine a Vienna nel 1781, munito di una lettera di presentazione per il compositore di corte Antonio Salieri (1750-1825). Il suo talento venne presto riconosciuto e venne nominato poeta ufficiale dei teatri imperiali. Scrisse diversi libretti per Salieri, Paisiello e Martín y Soler e conobbe W. A. Mozart. Iniziò così fra loro, che avevano poco in comune, una fruttuosa amicizia . Da Ponte intuì le esigenze di Mozart di allontanarsi dalla tradizione tedesca e compose un’opera “italiana”, un “quasi nuovo genere di spettacolo”. Creò Le nozze di Figaro, Don Giovanni e Così fan tutte, col bel linguaggio del melodramma (v.post n. 14), imparato alla scuola di Pietro Metastasio (1698-1782. V.post n. 43) e Carlo Goldoni (1707- 1793. V.post n.37),  e con le armoniose note di un grande compositore. Il successo a Vienna fu moderato, ma più incoraggiante a Praga.

Dapprima la guerra contro i Turchi e, poi, nel 1790, la morte di Giuseppe II e l’avvento di Leopoldo II, poco appassionato di musica, segnarono la fine di un’epoca. Destituito dal suo incarico, Da Ponte lasciò Vienna per Trieste dove incontrò l’inglese Nancy Grahl, il grande amore della sua vita. Su suggerimento dell’amico Casanova raggiunse Londra. Per dieci anni fu poeta del regio teatro di Haymarket, dove si rappresentava l’opera italiana. Cadde vittima delle losche trame del direttore del teatro e fu imprigionato per debiti. S’imbarcò su una nave diretta negli Stati Uniti, ove trascorse il resto della sua vita, oltre trent’anni.

A New York, per sopravvivere, Da Ponte fece dal droghiere al proprietario di una distilleria, ma poi scrisse, tradusse, insegnò, allestì opere teatrali, vendette libri e con entusiasmo si dedicò al risveglio culturale di quella società, in cui diffuse la cultura letteraria e musicale italiana. Nel 1825 venne nominato primo professore d’Italiano presso il Columbia College, oggi la Columbia University di New York. Scrisse più di trenta libretti d’opera nella sua vita. Nel 1832 organizzò una stagione teatrale italiana e l’anno successivo inaugurò un “teatro italiano” con La gazza ladra di G. Rossini. Morì nel 1838, quasi novantenne. Fu sepolto nel cimitero cattolico di New York che, per lo stato di abbandono, venne poi integrato nel cimitero di Queens. Dopo il 1903 si persero le tracce della sua tomba ed in questo è accomunato a W. A. Mozart ( 1756-1791).

Fonte: Clara Breddy-Buda, culturalia, Interalia n. 35, marzo 2006, http://ec.europa.eu/translation/italian/magazine/documents/issue35_it.pdf

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Le molteplici doti di quest’uomo e l’umile ma costante ambizione di sacrificarsi, anche svolgendo attività professionali manuali, per guadagnarsi da vivere e sperare, come poi avvenne, di esprimere al massimo il suo genio, colpiscono e fanno riflettere.

 

 

 

N.14 Il linguaggio della musica.L’opera. Verdi. Muti

2 Dicembre 2012 11 commenti

La scrittura della musica
Quando ancora non si usavano gli strumenti e si faceva musica solo con il canto, per scrivere le note si usarono piccoli segni indicati sopra o sotto le parole dei testi da intonare.
Si chiamarono neumi e segnalarono quando la melodia doveva scendere o salire.
In seguito il monaco Guido d’Arezzo, intorno all’anno 1000, inventò il rigo musicale sul quale scrivere questi segni, indicandone con precisione l’altezza. Nacquero le note, l’alfabeto della musica .
Per apporre sul testo scritto la durata dei suoni, dal XIII secolo i compositori utilizzarono una forma per le note lunghe ed un’altra per quelle brevi. Tale metodo con qualche modifica ancora oggi è usato.

I tre elementi della musica: la melodia, l’armonia, il ritmo.  Per comporre un brano musicale, bisogna saper accostare con gusto i suoni, rispettando precise regole di composizione.
Spesso ci capita di canticchiare un motivo che abbiamo sentito e ricordiamo: questa è la melodia.
Per quanto bella, una melodia senza accompagnamento si perderebbe: ha bisogno di essere sostenuta da note ‘amiche’, meno appariscenti, per dare al brano musicale armonia.
Terzo elemento della musica è il ritmo. Quando si ascolta un pezzo musicale trascinante e si muovono i piedi o battono le mani, si sta battendo il tempo, ripetendo la successione di colpi forti e deboli del brano.

L’opera
L’opera nacque a Firenze, quando, nei primi anni del XVII secolo, l’idea di musicare un testo dall’inizio alla fine era un’assoluta novità.
Per certi aspetti l’opera è simile alle fiabe, in quanto in entrambe l’incredibile diventa verosimile, come, ad esempio, nel Don Giovanni (1787) di Wolfgang Amadeus Mozart ( 1756-1791), in cui, di notte, in un cimitero, una statua di marmo si mette a cantare, minaccia il suo assassino, accetta un suo invito a cena e lo trascina all’inferno!

Il teatro in musica
Quando un musicista voleva comporre un’opera, ricercava una storia ed un poeta che la raccontasse in versi: otteneva così il testo, detto libretto, su cui componeva la partitura.
Le tre componenti dell’opera, il testo, il canto, l’orchestra, potevano essere usate liberamente dal compositore.
Nelle opere del XVIII-XIX secolo, i compositori bloccarono l’azione e, per un tempo in apparenza lunghissimo, fecero ripetere ai cantanti le stesse parole varie volte, con diverse intonazioni, per far capire l’animo dei protagonisti.
Il carattere dei personaggi dell’opera, che cantavano sempre anche in situazioni tragiche, veniva mostrato dal modo in cui questi cantavano e dal tipo di musica. Quando la musica era brillante, con ritmi pungenti, rivelava il carattere frivolo, malizioso del protagonista, se era dolcissima, unita ad un canto lento e pacato, mostrava l’indole buona, malinconica del soggetto della storia.
In scene di grande eccitazione, il compositore poteva intrecciare le voci di più personaggi combinandole magistralmente coi suoni, in modo da rendere superflua anche la comprensione delle parole.

La commedia in musica
Prima di Mozart, l’opera era costituita da una rigida alternanza di parti dialogate e di arie.
Nella parte dialogata (il recitativo) la musica si limitava a pochi interventi, mentre lo scambio di battute tra i personaggi portava avanti l’azione; nell‘aria, o melodia, viceversa, il cantante poteva esibirsi in virtuosismi, ma l’azione si bloccava. Mozart, invece, legò recitativi e arie in un flusso continuo, rendendo lo svolgimento della vicenda più spontaneo e naturale. Mozart compose diverse opere in collaborazione con il librettista italiano Lorenzo Da Ponte ( v. post n. 35) creando le commedie in musica Le nozze di Figaro, Don Giovanni, Così fan tutte, in cui s’intrecciarono momenti comici e drammatici.

Gioacchino Rossini e l’opera buffa
A Napoli, ove nacque l’opera buffa, questa era molto popolare poiché al pubblico piacevano storie semplici e divertenti che, dopo mille peripezie, si concludevano con un lieto fine.
Gioacchino Rossini (1792-1868) dette a questo genere musicale fama europea, con una vitalità ed un’energia nuove.
Uno dei tratti che contraddistinsero la sua musica fu il ritmo, che si scatenava sia nei vertiginosi crescendo, che negli strepitosi finali d’atto.
Nel crescendo una melodia suonata piano, cresceva, cresceva, fino ad un fortissimo esplosivo. Ad es. nell’ouverture (il brano strumentale che introduceva l’opera) de Il barbiere di Siviglia  la musica acquistava velocità come una locomotiva lanciata in una folle corsa, mentre il suono, all’inizio debole, diventava sempre più corposo man mano che si aggiungevano i vari strumenti dell’orchestra.
Nei finali d’atto tutti i personaggi erano contemporaneamente in scena, travolti da una musica velocissima: le loro parole si sovrapponevano in un ritmo così rapido da diventare irriconoscibili , con un effetto comico irresistibile.

Giuseppe Verdi  ( v post n.40) e il melodramma (v.post n. 43)
Vincenzo Bellini (1801-1835) e Gaetano Donizetti (1797- 1848) furono due compositori che resero celebre il melodramma.
Le appassionanti vicende di amore e morte, argomento prediletto delle loro opere, furono cantate su musiche piene di sentimento e di languore.
Con Giuseppe Verdi (1813-1901), invece, la scelta degli argomenti si ampliò: nel melodramma entrarono storia, politica, rapporti familiari, conflitti di potere, religione, passioni. La musica di Verdi, vigorosa e guizzante infiammò anche gli animi dei patrioti italiani, al tempo delle lotte per l’unità d’Italia.
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Riccardo Muti: la musica delle opere di Verdi è moderna
Il maestro Riccardo Muti, in un’intervista apparsa sul Corriere della Sera dell’11 novembre 2012, illustra quali difficoltà Giuseppe Verdi richiedesse all’orchestra nell’esecuzione delle musiche.
Nel Macbeth (1847), ad es. chiedeva un virtuosismo: di produrre un suono MUTO, NON emettendolo!!!
Verdi indicava sonorità espressionistiche, velocità delle note ed indicazioni di sonorità vocale nel fraseggio, estremamente moderne.
Ogni musicista o direttore d’orchestra che legge una partitura s’immagina i suoni che però, poi, deve riuscire a rendere o a far emergere, superando le difficoltà tecniche dei singoli strumenti.
In Verdi e nell’opera italiana il legato è uno dei problemi fondamentali: la lingua italiana è una delle più belle del mondo in quanto è paragonabile ad un fiume che scorre.
Il legato della musica deriva dal legato della lingua italiana di chi deve cantare.
In Verdi ogni parola è come una scultura ed il modo di pronunciarla è molto più importante che in Bellini o Donizetti.
Quando si canta oggi non si dovrebbero spezzare le parole.

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Riassumendo, vissuti in ordine cronologico tra il XVIII, XIX, XX secolo, ricordiamo:
Wolfgang Amadeus Mozart ( 1756-1791), Gioacchino Rossini (1792-1868), Vincenzo Bellini (1801-1835), Gaetano Donizetti (1797-1848), Giuseppe Verdi (1813-1901).

Fonti:
Rita Valentino Merletti, Angela Mazzoccoli, Narrare con i suoni, Enciclopedia dei ragazzi, 2004, www.treccani.it/enciclopedia/narrare-con-i-suoni_(Enciclopedia-dei-ragazzi)/
Riccardo Muti, Corriere della Sera 11 novembre 2012

Il dipinto che ritrae Giuseppe Verdi è riportato nel sito www.150anni.it nella sezione personaggi ed è opera di G. Boldini, 1886.