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Archivio per la categoria ‘Lingua della marineria’

N.13/2 La lingua marinaresca e un po’ di Internet. 2a Parte

18 Novembre 2012 Nessun commento

(Continuazione del  post n.13)

Nell’Ottocento e Novecento si  catalogò il lessico marinaresco. Ecco apparire dizionari  plurilingui, come il Vocabolario di marina in tre lingue (italiano, francese, inglese) di Simeone Stratico (1813-1814), il Dizionario di marineria militare italiano-francese e francese-italiano di Domenico Parrilli (1846-1847).

Tra quelli monolingui, il Vocabolario marino e militare del 1889 del padre domenicano Alberto Guglielmotti ed il Vocabolario nautico italiano di Francesco Corazzini (1900-1907). Guglielminotti volle fornire alla marineria italiana una terminologia tecnica unica, omogenea, possibilmente libera da elementi stranieri .
Nel 1937  il Dizionario di marina medievale e moderno dell’Accademia d’Italia, diretto da Giulio Bertoni, sottolineò la natura  interdisciplinare del lessico marinaresco italiano, ricco di vocaboli desunti dalla matematica alla fisica, dall’astronomia all’idraulica, alla geografia.. e da diversi dialetti.
Ancor oggi tali caratteri di varietà interdisciplinare e di policromia dialettale caratterizzano l’ italiano della marineria.
Nel Novecento la terminologia nautica venne impiegata per descrivere, con estensione del significato originario, le nuove tecniche dell’aeronautica e, poi, dell’esplorazione spaziale.
Travasi di termini nautici si sono poi avuti nel linguaggio automobilistico (ancora pilota, navigatore, plancia…..),  e nella lingua comune,  in parallelo con quanto accaduto nell’inglese contemporaneo, per la terminologia legata ad Internet.  Ciò ha ulteriormente ampliato l’ estensione semantica di parole già comuni come navigare, barra..usate in senso metaforico.
Un caso particolare di adozione di termini inglesi marinareschi è quello del termine blog “sito web personale nel quale si esprimono  opinioni dell’autore e dei visitatori del sito stesso”, formato da (we)b “rete” e log “diario di bordo”. Log da “pezzo di legno” è passato, in inglese, prima a designare il solcometro, strumento impiegato per misurare la velocità dei navigli (con questo significato è impiegato anche nella marina mercantile italiana tra Settecento- Ottocento)e , poi, il quaderno compilato durante la navigazione.

Fonte: Lorenzo Tomasin, Lingua della marineria, Enciclopedia dell’italiano,
http://www.treccani.it/enciclopedia/lingua-della-marineria_(Enciclopedia-dell’Italiano)/

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Alcune parole del mare di oggi
Com’è ricca la nostra lingua di significati!
Alcuni termini ne hanno, oltre a quello proprio del vocabolario tecnico del mare, anche uno o svariati altri .
Balbettare  significa articolare male le sillabe, parlare a tratti e con frequenti ripetizioni, inceppandosi, per cause fisiche o psicologiche.
MA ANCHE: termine usato per definire quando la vela è percossa dal vento nel filo, cioè batte e fileggia (Guglielmotti). Oggi è più diffuso fileggiare.
Barbetta  non è solo, nel linguaggio comune, la barba tenuta corta, ma ANCHE  indica, nel linguaggio marinaresco, il cavo o cavetto, generalmente lungo una ventina di metri, fissato a prora di un’imbarcazione, che serve per farsi rimorchiare o per ormeggiarsi (se fissato a poppa si chiama codetta). In senso figurato, dare barbetta, navigare a velocità superiore di quella di un’altra nave, lasciandola di poppa (quasi a dire che sarebbe possibile prenderla a rimorchio).
Bigotta   è un aggettivo che definisce la persona che mostra zelo esagerato più nelle pratiche esterne che nello spirito della religione, osservando con ostentazione e pignoleria tutte le regole del culto , ma ANCHE sostantivo che indica l’oggetto che serve per il passaggio di una corda, ma senza rotelle. E’ di legno duro, a forma sferoidale schiacciata, ha nel mezzo, in senso normale alle fibre, tre o quattro fori scanalati.
Buttafuori  è un termine che definisce la persona, solitamente robusta e muscolosa, che in alcuni locali notturni ha l’incarico di allontanare i clienti rissosi o molesti, ma ANCHE definisce l’asta che, appoggiata con un’estremità ad un punto fermo, serve a spiegare in fuori una vela, oppure ad offrire un punto d’appoggio o di passaggio a una manovra dormiente o corrente, affinché abbia la direzione più efficace per il suo scopo.

Fonte: www.sullacrestadellonda.it, www.treccani.it/vocabolario

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Queste sono solo alcune delle espressioni tecniche di chi naviga: è un incentivo ad ampliare la nostra intelligenza verbale (v.post  n. 3 in questo blog su Tony Buzan e le mappe mentali, di 22 ottobre 2012  http://ideabrillante.blog.tiscali.it/wp-admin/post.php?post=20&action=edit&doing_wp_cron   ), anche divertendoci, perché,  se si pensa al mare, ai colori del cielo e delle acque pulite…si vola con la fantasia e la mente in paesaggi di sole e relax!

N.13/1 La lingua marinaresca e non solo. 1a Parte

18 Novembre 2012 Nessun commento

Il più antico testo italiano,  scritto in linguaggio marinaresco volgare, fu il cosiddetto Conto navale pisano, un elenco di spese di un cantiere nautico, stilato tra la fine del secolo XI e (con maggiore probabilità) l’inizio del XII.
Nell’ ambiente marinaro, nel basso Medioevo, si usò il volgare.
Il mutare delle tecniche nautiche ed i contatti linguistici con culture non romanze arricchirono, poi, il linguaggio marinaro di  espressioni arabo, greco-bizantine.
Il lessico marinaresco italiano  fu nel complesso composito, poiché usato in modo non omogeneo lungo le coste, e  nei porti italiani più attivi: molti termini ebbero una provenienza cittadina, dai centri in cui si formò una parte consistente dei nomi condivisi dai  volgari italiani.
Da Venezia, p.es., provennero voci come palombaro, pontile, traghetto…, da Genova, boa, ciurma, molo, scoglio….., da Napoli, ammainare, sommozzatore… .
Durante l’età rinascimentale, tramite la letteratura di viaggio, la terminologia marinaresca  si evolse: Amerigo Vespucci (1454-1512) usò una lingua ibrida, contenente anche iberismi; Giovan Battista Ramusio (1485-1557) introdusse termini come il francesismo babordo (da bâbord) e l’ispanismo caletta.
L’ assunzione di termini nautici da lingue straniere europee e di alcuni provenienti da lingue esotiche caratterizzarono il periodo delle grandi esplorazioni.

Tramite lo spagnolo si diffusero in Italia durante il XVI secolo i nomi dei punti cardinali, di remota provenienza anglosassone. Di derivazione germanica, ma giunte attraverso  lingue romanze, le voci carlinga e flotta, attestate in Italia dal XVI secolo, o i più recenti bitta “colonna di legno o di metallo per avvolgervi le gomene”, fiocco “vela triangolare”.
Pur avendo origini medievali, si sviluppò, in età rinascimentale, la cosiddetta lingua franca barbaresca, con caratteri linguistici non sempre univoci, usata nei porti multietnici del Nord Africa.
Molti termini italiani migrarono dall’Italia – soprattutto attraverso i volgari di Venezia e Genova – verso numerose altre lingue del bacino del Mediterraneo e dell’Atlantico, sia in età medievale, che in epoca successiva, soprattutto durante i secoli XVI- XVII-XVIII .
Ci fu uno scambio bilaterale di acquisizione di termini tra l’italiano e il francese, il tedesco, il catalano, il turco. Poi, nel Settecento , col declino delle fortune della marineria italiana rispetto a quella francese e spagnola, i termini importati in Italia aumentarono.
Seguirono, poi, occasionali raccolte di parole marinaresche come quella toscana commissionata da Leopoldo de’ Medici  per la terza edizione del Vocabolario della Crusca.    (continua)

Fonte:Fonte: Lorenzo Tomasin, Lingua della marineria, Enciclopedia dell’italiano,
http://www.treccani.it/enciclopedia/lingua-della-marineria_(Enciclopedia-dell’Italiano)/