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Archivio per la categoria ‘Enologia’

N. 45 L’etichetta

24 Luglio 2013 1 commento

 L’etichetta della bottiglia di vino è molto antica. In origine, invece dell’ etichetta, un’ incisione veniva praticata sulle anfore di terracotta usate per contenere il vino. La prima incisione fu l’iscrizione rinvenuta su un’anfora in cotto, di epoca romana del 51 d.C., ove si legge : “Vino del Vesuvio, imperatore Vespasiano console”. Dalla Gallia, poco tempo dopo, nel Medioevo, giunsero le botti, impiegate nei monasteri e nei castelli. Per etichettarle era sufficiente scrivere sul fondo di legno le indicazioni di produzione. Questo metodo durò fino al 600, quando  si usarono  bottiglie di vetro, divenute meno rare e costose rispetto al passato.

Secondo una leggenda il monaco benedettino Dom Pierre Perignon (1639-1715) ideò il metodo Champenoise, nel 1668, ed usò una bottiglia di vetro, con un tappo di sughero (al posto della stoppa e della cera fusa) e, per distinguere le bottiglie tutte uguali di champagne, un’etichetta, con riportata l’annata, la vigna di provenienza e la qualità del vino. Si trattò di una piccola targhetta di legno o  d’una pergamena arrotolata, tenuta legata al collo della bottiglia con lo spago.  

Rimangono testimonianze di etichette stampate su carta bianca col torchio, della metà del 700, della ditta Claud Moët (oggi Moët Chandon,  una delle più grandi case produttrici di champagne del mondo, fondata nel 1743 ).

Le etichette moderne vennero ideate dal cecoslovacco  G. Alois Senefelder (Praga 1771 – Monaco di Baviera 1834 ), attore e scrittore teatrale che, volendo stampare i propri testi, inventò, nel 1798,  il sistema della litografia. (Era l’anno in cui in Italia, a Recanati, nasceva Giacomo Leopardi).

Questo procedimento di stampa, usato  fino alla fine del XIX secolo, consistette nel disegnare un bozzetto su una pietra e poi nel passar su di questa un rullo d’inchiostro : in poco tempo si avevano molte copie della medesima etichetta.In seguito si impiegarono, al posto della pietra, superfici di zinco o alluminio (metallografia), procedimenti fotomeccanici (fotolitografia ) ed  impronte dirette (offset ).

La litografia permise di avere nella stampa l’effetto espressivo di matita, lavis, acquerello. L’esecuzione del lavoro grafico, rovesciata per ottenere la stampa diritta, veniva eseguita direttamente sulla pietra con una matita contenente inchiostro, formato da grassi e resine, con aggiunta del pigmento. Col metodo di riporto si ebbe, invece, l’esecuzione su un foglio di carta, con la matita litografica, del disegno a diritto, riportandolo, poi, sulla pietra con decalco a pressione. La stampa venne effettuata in passato con torchi a mano, poi anche su macchine piane litografiche.  

Fonti: www.vinietichette.it , www.treccani.it  ,  www.wikipedia.it  .

 

N.24 Alla scoperta delle parole: sciacchetrà, una perla di vino

16 Gennaio 2013 2 commenti

Le donne di Riomaggiore viste da Telemaco Signorini 1864

La parola sciacchetrà incuriosisce in quanto poco comune.

Circa l’origine del nome singolare di questo vino delle Cinque Terre,  alcuni pensano provenga dalla  denominazione data alle Cinque Terre, Sciacchetrà, e poi al vino qui prodotto, dalla babele di lingue,  usate all’epoca  in cui  i  pirati saraceni  infestavano le coste italiane, frammisti a libici e marocchini, quando Genova e Pisa non riuscirono più ad  opporsi alle  loro incursioni.

La fama dello sciacchetrà giunse a Francesco Petrarca, Giovanni Boccaccio, Giosuè Carducci, Giovanni Pascoli, Gabriele D’Annunzio,  Eugenio Montale.

Da qui i vigneti illuminati dall’occhio benefico del sole e dilettissimi a Bacco si  affacciano su Monte Rosso e sui gioghi di Corniglia, ovunque celebrati per il dolce vino…”      (Francesco Petrarca, 1304-1374);

“…quel fiero sciacchetrà che si pigia nelle cinque pampinose terre…”(Gabriele  D’Annunzio, 1863-1938)  ;

“…il tipo classico, bevuto sul posto, autentico, al cento per cento, supera di gran lunga  quel farmaceutico vino di Porto…”(Eugenio Montale, 1896-1981).

Nell’enciclopedia Treccani, invece,  il termine è indicato come formato dalle parole liguri sciacca e tra’, «schiaccia e tira via»,  riferite alla rapida separazione del mosto dalle vinacce, subito dopo la pigiatura.

Sulla costa  in Liguria, da La Spezia  a Portovenere, per chi si sposta da Est ad Ovest  sorgono cinque paesini : Riomaggiore, Manarola, Corniglia, Vernazza e Monterosso,  costituiti da grappoli di case arroccate sul ripido pendio delle Alpi Apuane. I vitigni coltivati per produrre vino sono del genere Albarola, Vermentino e di un tipo che  i locali chiamano “Bosco”, non meglio identificato. Danno due tipi di vino: il bianco Cinque Terre, più comune, secco, aromatico, da pesce, e  lo sciacchetrà, ottenuto da una certa uva  fatta passire su lastre di lavagna al sole: più di  cento chili di uva passita per dare qualche litro di vino.

Lo sciacchetrà è vino raro che si vende in boccette da 375 centilitri. Da giovane si  presenta dorato, mentre dopo qualche anno diventa bruno. È vino da dessert, da sorseggiare in  minuscoli bicchieri di vetro.

Fonti:

http://www.treccani.it/vocabolario/sciacchetra/, http://www.cinqueterre-campogrande.com/campogrande/vino_dei_poeti.html

Leggendario sciacchetrà, Emo Tana, Accademico di Firenze, Civiltà della tavola, Accademia italiana della cucina 2005, pag.68 http://www.accademiaitalianacucina.it/articoli/161_68.pdf

L’immagine di destra riproduce il dipinto di Telemaco Signorini (1835-1901) Riomaggiore. L’autore del blog è disponibile a rimuovere l’immagine, se lesiva di diritti d’autore.